Pesca, la sostenibilità difficile
Il 2 gennaio scorso un evento, causato da fattori che rimangono ancora inspiegati, ha coinvolto la Norvegia, provocando lo spiaggiamento di un banco di aringhe sulla spiaggia di Kvaenes, a Nordreisa, situata nella parte settentrionale del Paese. Si tratta di migliaia di aringhe, stimate in circa 20 tonnellate; un fatto che sconcerta il mondo scientifico e che i biologi marini non sanno spiegare. L’acqua dei fiordi interessati dallo spiaggiamento viene esaminata dai ricercatori, ed i pescatori del luogo confermano che a loro memoria un simile evento non si è mai verificato con queste enormi dimensioni.
Si ipotizzano diverse cause: forse le aringhe sono state spinte sulla spiaggia da una tempesta o da altri pesci o mammiferi marini predatori, forse la corrente o un eccessivo afflusso di acqua dolce portata dai fiumi che sfociano in mare le ha sospinte a riva, oppure potrebbe trattarsi di un’alterazione chimica o climatica dell’ambiente. Le aringhe spiaggiate intanto, attirata l’attenzione del mondo scientifico e dei media, mentre gli abitanti discutevano su come liberarsi dei pesci che ricoprivano la spiaggia, sono scomparse. Forse trascinate in mare dalla marea, ma anche questo non è certo.
Le aringhe, così come altre specie ittiche atlantiche quali acciughe, sardine e sgombri sono identificate collettivamente come pesce azzurro e considerate un prodotto sostenibile, in quanto la pesca viene effettuata con reti a circuizione e non a strascico, evitando le catture accessorie (cattura accidentale di specie non bersaglio o di specie che non rispondono a determinati criteri, compresi mammiferi marini, uccelli, tartarughe ed altre specie marine) e il danneggiamento dei fondali.
La specie ha affrontato una situazione biologica preoccupante negli anni ’70, quando la pesca industriale nelle acque comunitarie europee ne stava decimando gli stock, tanto da imporre il divieto di pesca diretta e lo sbarco del pescato destinato a fini industriali diversi dal consumo umano, con il regolamento (CEE) n. 2115/77 del 27 settembre 1977. Ora la situazione è migliorata e l’aringa, che ha veramente rischiato di scomparire come specie, è classificata a rischio minimo nella Lista rossa IUCN.
Molte altre popolazioni ittiche, definite stock, sono invece ancora gravemente minacciate di estinzione dalle attività di pesca, in particolare dalla pesca intensiva che preleva il pesce per il consumo umano e industriale: un esempio è la farina di pesce, utilizzata in zootecnia (pastoni per suini e pollame) ed in acquacoltura (allevamento di trote, orate ed altre specie), oltre che come ingrediente principale dei mangimi in commercio per pesci d’acquario, cani e gatti (mangimi contenenti anche additivi e conservanti per impedire l’irrancidimento dei grassi).
In Italia solo recentemente si è delineata la distinzione tra prodotto d’acquacoltura e prodotto derivato dalla pesca, e comunque in linea generale è estremamente complicato definire la sostenibilità ambientale e sociale del pescato, così come la certificazione, sia in termini di luoghi e prelievo degli stock e relativo impatto sull’ambiente, determinato dal tipo di pesca effettuato, sia sulla filiera che porta il prodotto fino al consumatore, con le relative emissioni di CO2 in atmosfera dovute al trasporto.
Il consumo consapevole e l”acquacoltura possono rispondere in parte ai problemi derivati dalla pesca intensiva, la buona notizia è che in Italia già dal 2004 l‘acquacoltura biologica è una realtà regolamentata, con certificazione volontaria, da ICEA, e l’approvazione nel 2009 del Regolamento europeo n.710/2009 fornisce gli strumenti per la crescita delll’acquacoltura in Europa, con uno sviluppo veramente sostenibile del settore e la salvaguardia della biodiversità e dall’ambiente.






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